Approfondimento

Nel 2025 gli specialisti ICT rappresentavano il 5,0% degli occupati nell’Unione europea. In Italia erano il 3,8%. Non è una sensazione del mercato: è il dato pubblicato da Eurostat il 27 maggio 2026. Peggio di noi, nell’UE, soltanto Grecia e Romania.

La definizione Eurostat è utile perché non conta genericamente chi lavora “nel digitale”. Parla di persone capaci di sviluppare, gestire e mantenere sistemi ICT e per le quali queste attività costituiscono la parte principale del lavoro. Sono le professionalità che rendono disponibili applicazioni, identità, reti, postazioni, dati e servizi. Se mancano, l’azienda non diventa meno innovativa: diventa meno operativa.

Eppure una parte della domanda italiana continua a comportarsi come se queste competenze fossero intercambiabili e comprimibili dentro un’unica job description.

Il fatto: l’Italia resta sotto la media europea

Eurostat registra 10,45 milioni di specialisti ICT nell’UE nel 2025, il 5,0% dell’occupazione complessiva. La loro crescita è stata del 59,4% tra il 2015 e il 2025, oltre sei volte l’aumento dell’occupazione totale nello stesso periodo. L’Italia, pur contando circa 900 mila specialisti, si ferma al 3,8% degli occupati.

Questo dato non dimostra da solo che ogni impresa italiana abbia una carenza di personale ICT. Mostra però che il nostro sistema produttivo impiega, in proporzione, meno specialisti della media europea proprio mentre infrastrutture cloud, sicurezza, automazione e continuità operativa diventano più complesse.

Il punto non è celebrare la scarsità. È chiedersi come venga costruita la domanda quando una risorsa professionale è meno diffusa.

L’osservazione: una persona, quattro mestieri

Negli annunci pubblicati in questi giorni da un operatore qualificato della selezione compaiono esempi istruttivi. Un ruolo milanese viene presentato contemporaneamente come “DevOps”, “M365 Senior Specialist”, “Cloud Engineer” e “Infrastructure Engineer”. La descrizione aggiunge autonomia sulle attività cloud di secondo e terzo livello e responsabilità sull’ecosistema Azure, Azure DevOps e Microsoft 365. La fascia indicata è 40–52 mila euro di RAL.

Un altro annuncio cerca un “Senior Cloud Security & Network Engineer” a Milano con una fascia di 35–55 mila euro. Qui confluiscono almeno tre domini: cloud, sicurezza e networking. Un “AI Engineer Lead”, sempre a Milano, unisce leadership tecnica, attività hands-on, guida del team e responsabilità end-to-end, con una fascia di 38–45 mila euro.

Non sono prove di un illecito né bastano a giudicare le aziende. Sono fotografie verificabili di un modo di comporre i ruoli. Il problema emerge quando il titolo “senior” non identifica profondità ed esperienza in un perimetro, ma diventa un contenitore nel quale far entrare responsabilità che in organizzazioni mature appartengono a funzioni differenti.

Cloud engineering, amministrazione Microsoft 365, DevOps, networking, incident response e sicurezza condividono alcuni fondamenti. Non sono però sinonimi. Hanno obiettivi, rischi, strumenti, turnazioni e percorsi di certificazione diversi. Accumularli può essere ragionevole in una piccola organizzazione, purché priorità, copertura e retribuzione siano coerenti. Presentarli come un’unica competenza standard altera invece la percezione del costo reale del servizio.

Il confronto economico va fatto a parità di perimetro

La Hays Salary Guide 2026 indica una RAL media di 56.360 euro nel proprio campione italiano, composto da circa 1.300 professionisti e aziende. È una media trasversale, non lo stipendio medio degli specialisti ICT, quindi non va usata come benchmark diretto per i tre annunci citati.

Il report segnala però elementi di contesto rilevanti: il 63% dei professionisti considera la retribuzione non adeguata alle responsabilità; per il 30% l’aumento arriva soprattutto cambiando azienda; oltre tre lavoratori su quattro svolgono straordinari e, tra loro, il 49% dichiara di non ricevere un riconoscimento economico.

Anche il confronto internazionale richiede cautela. AlmaLaurea rileva che, per i laureati italiani di secondo livello occupati all’estero, la retribuzione netta media supera di circa il 54% quella di chi lavora in Italia a un anno dal titolo e di circa il 62% a cinque anni. Il dato riguarda tutti i gruppi disciplinari, non soltanto l’informatica, e risente di costo della vita, fiscalità e composizione dei mercati. È quindi un segnale di attrattività, non una conversione automatica di stipendio.

La conclusione corretta non è “all’estero pagano sempre di più”. È che il confronto deve tenere insieme mansione, seniority, settore, città, dimensione aziendale, responsabilità, reperibilità, benefit e costo della vita. Senza questi elementi, un numero fa rumore ma non produce informazione.

La distorsione che arriva al management

Quando una job description sovrappone più mestieri, genera tre effetti.

Il primo è economico. Il budget viene associato a un titolo generico invece che al rischio e alla responsabilità reali. Se la ricerca non si chiude, si parla di “talenti introvabili”; raramente si verifica se il perimetro sia sostenibile per una sola persona.

Il secondo è operativo. Il professionista diventa un punto unico di dipendenza. La stessa persona progetta, amministra, controlla e interviene sugli incidenti. Le priorità si contendono il tempo e la continuità del servizio dipende da conoscenze concentrate.

Il terzo è culturale. Il management riceve un prezzo falsato dell’ICT. Se cloud, sicurezza, automazione e supporto avanzato vengono acquistati come un’unica mansione, la complessità scompare dal budget ma non dal lavoro. Riemerge sotto forma di ritardi, debito tecnico, reperibilità informale e rischio di errore.

Come si descrive un ruolo ICT credibile

Una ricerca professionale dovrebbe distinguere almeno cinque elementi:

È utile anche separare requisiti indispensabili, competenze acquisibili nei primi mesi e conoscenze che appartengono al team. Una persona senior non è chi possiede ogni certificazione nominata nell’annuncio. È chi sa prendere decisioni affidabili nel proprio dominio, valutare le conseguenze e costruire un servizio che non dipenda soltanto da lei.

  • il risultato operativo atteso, non un elenco infinito di tecnologie;
  • le responsabilità effettive e quelle soltanto collaborative;
  • il livello di autonomia e di rischio decisionale;
  • la copertura richiesta fuori orario e il relativo riconoscimento;
  • la fascia retributiva collegata a città, settore e seniority.

Il valore non sta nel numero di caselle spuntate

L’Italia non recupererà il divario di specialisti ICT chiedendo a ciascun professionista di coprire più ruoli. Otterrà al massimo organigrammi più corti e rischi meno visibili.

Il valore operativo dell’ICT nasce dalla chiarezza: sapere chi progetta, chi gestisce, chi controlla, chi risponde agli incidenti e quale livello di servizio l’azienda sta realmente finanziando. Anche la retribuzione diventa più leggibile quando il ruolo smette di essere una somma di parole chiave.

La domanda utile, davanti al prossimo annuncio “senior”, non è quante tecnologie contiene. È quante responsabilità autonome concentra e se budget, tempo e struttura permettono davvero di sostenerle.

Fonti e approfondimenti

Analisi e interpretazioni sono personali e non rappresentano le posizioni delle organizzazioni citate o del mio datore di lavoro.

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